 Lo studio tenta di valutare i fattori intrinseci di rischio trombotico connessi allo stato di ipercoagulabilità del sangue di origine neoplastica, da soli ed in associazione a fattori di rischio esterni. Sono stati studiati due gruppi di pazienti: il primo rappresentato da 31 pazienti di cui 21 maschi e 10 femmine con età media di 63.8 anni affetti da trombosi venosa profonda e cancro, il secondo (gruppo di controllo) rappresentati da 50 pazienti, 32 maschi e 18 femmine, con età media di 65.5 anni affetti solo da trombosi venosa. Lo scopo dello studio era di verificare l’incidenza dei fattori di rischio esterni nei due gruppi. I fattori di rischio sono stati valutati sulla base della loro durata dall’esordio, considerando come acuti l’infarto del miocardio, lo scompenso cardiaco grave, l’insufficienza respiratoria, l’immobilizzazione, il deficit motorio, la compressione vascolare estrinseca, la presenza di uno stato infiammatorio, la ipovolemia marcata, un ematocrito superiore a 50, un numero di globuli bianchi neutrofili superiori a 30 mila ed un numero di piastrine superiore a 800 mila. Tra i fattori di rischio cronici sono stati considerati l’età ultrasessantenne, l’obesità, precedenti trombosi venose profonde, l’insufficienza venosa cronica di grado avanzato, lo scompenso cardiaco lieve, l’insufficienza respiratoria lieve, la parziale immobilizzazione, l’uso di contraccettivi orali, il deficit di proteina C e la presenza di anticorpi anticardiolipina. La diagnosi clinica di trombosi venosa profonda è stata confermata mediante ecocolorDoppler e quella di embolia polmonare mediante scintigrafia perfusionale. Nel paziente ad alto rischio di embolia gli esami sono stati ripetuti a 1, 3 e 6 mesi. I risultati sono interessanti: il 61% dei pazienti neoplastici è andato incontro a trombosi venosa profonda senza altri fattori di rischio in confronto al 32 % del gruppo di controllo, il che suggerisce il ruolo diretto del tumore nell’insorgenza della trombosi venosa profonda mentre risulta meno chiaro il ruolo della chemioterapia antiblastica. Va tuttavia segnalato che globalmente su un gruppo di 3450 pazienti oncologici gli autori hanno riscontrato una trombosi venosa profonda soltanto nello 0,4 % dei pazienti. In chirurgia i pazienti a rischio di trombosi venosa profonda possono essere divisi in gruppi ad alto, medio e basso rischio. L’obiettivo degli autori era quello di determinare una simile scala di rischio trombo-embolico anche per i pazienti neoplastici. Il lavoro ha dimostrato che l’ipercoagulabilità presente nelle malattie tumorali è il principale fattore di rischio per la trombosi venosa profonda che comunque ha globalmente un’incidenza molto bassa il che non giustifica una terapia anticoagulante preventiva, specialmente in considerazione dei rischi emorragici e della resistenza di alcuni malati neoplastici alla terapia anticoagulante. In particolare gli autori sconsigliano la terapia anticoagulante sistematica, ma ammettono alcune eccezioni. In ogni caso la prognosi non è buona in questi pazienti: il 40% dei pazienti è deceduto e la sopravvivenza media è stata di soli 44.5 giorni dopo l’evidenziazione della trombosi venosa profonda. Le complicanze della terapia anticoagulante sono risultate frequenti, con un 16% di emorragie ed un 20% di resistenza alla terapia.
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