 Le hanno chiamate malattie del benessere, e la definizione è ormai entrata nel linguaggio comune con piena ragione. Ciò che sta già accadendo con il diabete di tipo 2, vale a dire la diffusione mondiale della patologia, si manifesta a maggior ragione per un altro capitolo di malattie: quello dell’albero artero-venoso. Da un lato le arterie lese dall’ateriosclerosi e disposte al rischio di trombosi nei tre distretti cardiaco (angina, infarto) cerebrale (ictus, TIA) periferico (arteriopatia obliterante periferica). Dall’altro le vene, in cui le maggiori minacce si concretizzano a livello periferico (trombosi venosa profonda) e a livello polmonare (embolia). Il quadro non è per nulla confortante: l’incremento di queste patologie è mondiale proprio perché coinvolge in modo massiccio tutte le regioni emergenti, dall’Est europeo all’Asia, all’America del sud. La situazione è inoltre complicata dalla scarsa percezione che la popolazione generale ha del problema. Considerando gli Stati Uniti, per esempio, un’indagine Gallup ha dimostrato quanto le donne temano di morire per cancro della mammella (citato dal 46% delle intervistate) rispetto all’aterotrombosi (4%). In realtà il carcinoma della mammella incide sulla mortalità per un 25%, a fronte dell’aterotrombosi che incide per 1/3. Ciò che attualmente è importante da un punto di vista concettuale è il superamento della teoria che considerava l’origine delle diverse manifestazioni trombotiche a livello cardiaco, cerebrale e periferico come fatti a sé stanti. Invece gli eventi di infarto miocardico, ictus, arteriopatia periferica sono manifestazioni differenti di un’unica patologia: l’atero-trombosi. L’evolversi del processo che, dalla placca ateromasica, conduce alla trombosi, trova nelle piastrine un elemento comune: le piastrine sono parte integrante del meccanismo che dà inizio alla formazione della placca ma sono anche elemento scatenante la formazione del trombo, quando aderiscono e si aggregano sulla sede di rottura di una placca aterosclerotica. Le conseguenze sono evidenti in primo luogo per il medico che deve prevenire l’ulteriore evoluzione di una condizione ad alto rischio oppure deve seguire chi ha già subito un evento vascolare maggiore. I medici però sanno bene che nessuna soluzione terapeutica da sola,soprattutto in una situazione complessa come l’aterotrombosi, può essere pienamante efficace. Se è cruciale agire sulle aggregazioni piastriniche, fattori concorrenti come l’ipertensione arteriosa, la dislipidemia,l’obesità oltre che la sedentarietà ed il fumo vanno controllati. In questi anni tra l’altro l’acido acetilsalicilico, terapia antiaggregante di riferimento, non è più solo. Recentemente è stato approvato dalla FDA americana e dalla EMEA il clopidogrel che è stato studiato a confronto con l’acido acetilsalicilico, fornendo risultati importanti. Nello studio CAPRIE (clopidogrel versus aspirin in patients at risck of ischemic events) sono state confrontate direttamente le due molecole. Sono stati randomizzati oltre 19 mila soggetti ed i risultati sono alquanto interessanti: selezionando pazienti con precedenti di aterotrombosi (coronaropatia, ischemia cerebrale e arteriopatia obliterante periferica), si è visto che 75 mg al giorno di clopidogrel riducono il rischio annuo di eventi ischemici di un ulteriore 8.7% rispetto all’acido acetilsalicilico a 325 mg/die. Inoltre, considerando soltanto i pazienti con storie di infarto miocardico che hanno sofferto di ictus recente o sono affetti di arteriopatia periferica, ossia sono sintomatici in due distretti su tre, la riduzione aggiuntiva del rischio grazie al clopidogrel raggiunge il 23%.
Per maggiori informazioni in tema di Check Up:
Cidimu Full Check UP
|
|