 Il Parco Nazionale d’Abruzzo, oltre ad essere il più antico d’Italia è anche il più ricco di fauna selvatica. L’area protetta ricopre una superficie di 50.000 ettari, più una fascia esterna di 70.000 compresi tra Lazio e Molise in cui vivono l’orso marsicano(simbolo del Parco), lupi, cervi e camosci.
Chi pensava che, con l’accresciuta ecologica e ambientale, fosse sparita la pratica del bracconaggio, dovrà ricredersi, proprio in questi ultimi mesi è scattato l’allarme bracconaggio all’interno del Parco.
Nel corso di una conferenza stampa tenutasi recentemente a Roma, il residente Fulco Pratesi e il direttore Aldo Di Benedetto, hanno denunciato che "negli ultimi tempi sono state ritrovate molte carcasse di lupi e orsi barbaramente uccisi con veleni, lacci e armi da fuoco". A queste morti vanno aggiunte quelle dovute a investimenti di auto, purtroppo molto frequenti.
Secondo l’Ente Parco i motivi che stanno alla base del bracconaggio sarebbero legati soprattutto al commercio di selvaggina per scopi alimentari (cervi e camosci in particolare) e al commercio di trofei di caccia (lupi e orsi).
Possibili anche forme di ritorsione contro il Parco, dato che la fauna selvatica provoca danni per predazione al bestiame domestico, danni alle colture e alle strutture agricole.
Per questi danni vengono elargiti dall’Ente Parco indennizzi per circa 150/180.000 Euro, in tempi che variano dai tre ai quattro mesi.
Per le specie rare quali l’orso marsicano (presente in 30/40 esemplari all’interno dell’area protetta), il lupo (circa 500 esemplari in tutto l’Appennino), l’aquila reale (5 coppie in tutto il territorio) e il camoscio d’Abruzzo è a repentaglio la stessa possibilità di sopravvivenza, con il rischio, come dichiara ancora Fulco Pratesi "di perdere un patrimonio di biodiversità unico al mondo."
|
|